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La storia della Banca Romana durante il Regno d'Italia

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Il caso della Banca Romana durante il Regno d'Italia

Il 20 settembre del 1870, la breccia di Porta Pia determinò la fine del potere temporale della Chiesa. E' curioso annotare come, in ragione degli anatemi lanciati dal Santo Padre nei confronti di chi avesse osato colpire con le armi la Città Eterna, la prima cannonata che aprì la breccia venne fatta sparare da un ebreo.  Nel mondo bancario, uno degli effetti più manifesti di questo cambiamento fu la chiusura della Banca dello Stato Pontificio che, in base al Regio Decreto del 2 febbraio 1870, assumeva il nuovo nome di Banca Romana. Più che di una chiusura, si trattò in effetti di un 'cambio di proprietà', laddove la nuova Banca Romana ne avrebbe assorbito attività e passività e sarebbe subentrata nella stessa sede, conservando i precedenti privilegi, compresa la facoltà di emettere banconote. Prima della conclusione del processo, con legge del 10 agosto del 1893, la Banca Romana venne posta il liquidazione, e i suoi biglietti caddero in prescrizione il 31 gennaio 1898, prescrizione che in realta' venne anticipata al 1896.

Anche il capitale, consistente in 10 milioni di lire, restava invariato, così come l'ammontare dei biglietti in circolazione, che non doveva superare il triplo della riserva metallica. Poiché a Roma si sarebbe presto installata la Banca Nazionale nel Regno, la Banca Romana accettò la somma di due milioni di lire come indennizzo per rinunciare al diritto di esclusiva nell'emissione della cartamoneta nei territori dell'ex Stato Pontificio. Al di là degli intenti, la Banca nasceva già minata da operazioni avventurose, derivate dalla passata gestione clientelare, e non appariva facile gestirne la conduzione, anzi, dopo un iniziale tentativo di corretta amministrazione, le aperture di credito senza adeguate garanzie aumentarono, così come le cambiali di comodo, i sospesi di cassa e altre operazioni rischiose.

Il primo Governatore della Banca Romana fu Giuseppe Guerrini, che la amministrò in maniera retta e conforme alle regole statutarie, facendo registrare un buon avvio e lasciando sperare in un prospero futuro in cui sarebbe stato possibile cancellare i favoritismi clientelari che avevano appesantito la gestione del precedente Istituto. Data la cronica carenza di moneta spicciola che, come sappiamo, aveva determinato il noto fenomeno della circolazione divisionale abusiva, con R.D. del 6 novembre 1872  la Banca Romana venne autorizzata a emettere biglietti da 50 centesimi e da una lira. Pochi giorni dopo,  il R.D. del 29 novembre autorizzava l'emissione dei nuovi biglietti nei seguenti termini: "Ritenuto che il Consiglio di Reggenza della Banca Romana ha deliberato di sostituire i biglietti di antico modello da lire 1.000, 500, 200, 100, 50 e 20, ora in circolazione, con altri biglietti di modello nuovo.."  nei valori sopra elencati.

Il successivo decreto del 14 dicembre, autorizzava l'emissione dei tagli a 5 e 10 lire e ne descriveva le caratteristiche. Da annotare che, a differenza degli altri tagli, i biglietti da 5 e 10 lire, vennero creati e stampati dalla American BankNote Co. di New York, che eseguì anche un prova del biglietto da 2 lire, che però rimase allo stato di progetto e non venne mai emesso. Dopo il disordine legislativo che aveva caratterizzato i primi anni delle emissioni cartacee nel nuovo Regno d'Italia, finalmente, il 30 aprile 1874 venne varata la prima legge organica sulle banche di emissione che, tra l'altro, stabiliva che l'ammontare dei loro biglietti  non potesse  superare il triplo del capitale versato o del patrimonio netto. Dopo tale disposizione, la Banca Romana decise di procedere all'aumento di capitale, che venne portato a 15 milioni di lire.

Dopo l'emanazione della nuova legge, il Governo accertò la circolazione dei sei Istituti autorizzati e stabilì, con decreto del 23 settembre 1874, sia il limite di emissione massimo complessivo per tutti gli istituti sia per ciascuna banca; in considerazione del recente aumento del capitale sociale, per la Banca Romana tale limite ammontava a 45 milioni di lire. Il Governatore Giuseppe Guerrini operò sempre nel rispetto di questo limite e, nonostante le pressioni dei soci e amministratori, riuscì a evitare che la gestione della Banca subisse pesanti sbilanci nel difficilissimo periodo di crisi economica internazionale che ebbe inizio nel 1873, e venne chiamata 'la grande depressione". Anche se gli eventi che portarono al fallimento della Banca Romana furono conseguenti, in prima istanza, alla dissennata amministrazione di Bernardo Tanlongo, le premesse al dissesto vanno inquadrate nella grande depressione, nata nel 1873 dal crollo della borsa di Vienna, i cui effetti squassarono per molti anni i principali mercati finanziari del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Poiché alcune tra le cause all'origine della grande depressione furono, nella sostanza, assai simili a quelle che hanno generato la crisi dei nostri giorni, e dato che i suoi effetti influenzarono significativamente il destino della Banca Romana, riteniamo utile dare spazio a questi eventi. Dopo il 1860, la popolazione delle principali capitali d'Europa iniziò a aumentare e, a partire dal 1870, si verificò una espansione del settore delle costruzioni urbane, sia private sia pubbliche, particolarmente forte a Vienna, Parigi e Berlino dove fu favorita anche dalla comparsa di istituti finanziari specializzati nell'erogazione di mutui immobiliari, concessi con facilità e senza adeguate garanzie, sull'onda dei continui aumenti dei prezzi.  
In Italia, dopo il compimento dell'Unità, il sistema bancario che aveva operato negli Antichi Stati era impreparato a alimentare lo sviluppo di quel processo di industrializzazione che avrebbe indotto molti italiani a abbandonare il contado per vivere all'ombra della fabbriche.

All'epoca, l'economia italiana era ancora incentrata sul latifondo, ove il denaro era concentrato nelle mani di pochi, con disponibilità di capitali notevolmente inferiore a quella di altri Paesi europei, come Gran Bretagna, Francia e Germania, in cui la rivoluzione industriale aveva già preso l'avvio. Il potenziale necessario allo sviluppo economico era quindi scarso e concentrato nella mani di un piccolo gruppo di capitalisti, operanti soprattutto nell'Italia Settentrione, con qualche propaggine al Centro.
Basti pensare che, nel 1878, gli azionisti dei 155 maggiori istituti bancari (che disponevano di un capitale nominale superiore a 100.000 lire) erano circa 30.000, ma solo 4.580 avevano sottoscritto azioni per più di 10.000 lire e, di questi, solo circa 450  erano presenti in più di una società. Un fattore che diede vitalità al sonnecchiante sistema bancario italiano fu la creazione di istituti dediti al credito mobiliare. Sull'esempio dell'attività del Credit Mobiler francese, nel 1863 vennero costituite in Italia la Società Generale di Credito Mobiliare e la Banca Generale Italiana, col carattere di banche depositi, prestiti e investimenti.

La prospettiva di un nuovo vasto mercato, non assecondato dai servizi finanziari di banche obsolete, fece giungere in Italia capitali stranieri che favorirono l'espansione di istituzioni creditizie, come il Banco di Sconto e Sete di Torino, e il Credito Torinese. Mentre la banche tradizionali erano avvezze all'usuale finanziamento dello sviluppo commerciale, gli istituti di credito mobiliare erano più indirizzati all'aspetto speculativo legato all'espansione edilizia delle città, alle crescenti esigenze dell'industria e delle infrastrutture, e alla transazione finanziaria. Le attività di questi istituti si differenziavano da quelle svolte dalle banche ordinarie, che raccoglievano il credito e lo destinavano a operazioni di anticipazione e sconto, seguendo anche la gestione oculata del patrimonio dei clienti, mentre questi Istituti impegnavano la liquidità in attività di rischio come la speculazione edilizia, la compravendita di titoli, azioni, obbligazioni e in ogni altro tipo di investimento finanziario. Si vennero così a creare le premesse per quella che, in linguaggio attuale, viene chiamata 'bolla speculativa', gonfiata dall'immobilizzazione di ingenti capitali impiegati nell'attività edilizia, perché, anche se i prestiti concessi ai costruttori erano, sulla carta, garantiti dagli immobili, i crediti non erano velocemente convertibili in contanti, cosi che, quando i risparmiatori desideravano essere rimborsati, non sempre vi era la disponibilità del contante.

La crisi finanziaria, innescata dal crollo della Borsa di Vienna del maggio 1873 ebbe ripercussioni su tutte le principali borse europee, e si fece sentire anche in Italia, provocando il ritiro di larga parte dei capitali esteri impegnati in società italiane, con pesanti conseguenze per i nuovi istituti di credito mobiliare. Nel giro di qualche mese la crisi del sistema bancario si propagò anche negli USA dove, il 18 settembre, fallì la Jay Cooke & Company, una tra le maggiori banche americane, esposta nella costruzione di grandi linee ferroviarie e nell'edilizia, attività di investimento a lungo termine non in grado di far fronte a pronte richieste di rimborso. La Jay Cook era banca d'affari, così come la Lemon Brothers, e il suo crollo ebbe ripercussioni  devastanti sul sistema finanziario americano e internazionale. In Italia, quando ai forti immobilizzi per l'edilizia si sommarono i primi risultati negativi della speculazione finanziaria, gli istituti di credito mobiliare ricorsero al sistema di sostenere le società a cui avevano dato credito comprando le loro azioni. La notizia di questi interventi fece diminuire la fiducia nel mercato finanziario, provocando la discesa dei titoli in borsa, e dalla borsa la sfiducia si estese ai risparmiatori, che cominciarono a chiedere il rimborso dei loro depositi.

Per effetto sinergico, la bolla cominciò a sgonfiarsi e le imprese edili che costruivano senza un qualche capitale proprio, operando solo sul credito, imboccarono la strada della paralisi e, in breve tempo, l'eccesso di costruzioni speculative urbane portò al crollo dell'attività edilizia.

Roma, Napoli e Torino furono le città più colpite dallo scoppio della bolla e, a pochi mesi l'uno dall'altro, furono posti in liquidazione il Credito Mobiliare e la Società Generale. Lo scoppio della bolla produsse effetti devastanti con conseguenze prolungate che portarono al fallimento il Credito Torinese, del Banco delle Sete e della Banca Tiberina, solo per citare le principali.   
E' curioso annotare come, dopo qualche decennio necessario a far cadere nell'oblio il ricordo di tragiche vicende, nuove bolle speculative abbiano la tendenza a ricomparire nel mondo della finanza, tanto che, se al fondale dei sopracitati istituti di credito mobiliare, sostituiamo i più recenti scenari delle banche d'affari, il copione del melodramma intitolato "Quando scoppia la bolla", presenti inquietanti attinenze.
Allo scoppio della bolla, il Governo cercò di far fronte alla crisi di liquidità creando l'Istituto Italiano di Credito Fondiario, che avrebbe dovuto rilevare i crediti delle banche verso l'industria edilizia, emettendo cartelle fondiarie ammortizzabili a lungo termine. Dato però che la sottoscrizione delle cartelle risultò deludente, in più occasioni i sei Istituti di emissione furono chiamati a salvare le banche in crisi, ottenendo in cambio non solo una acquiescenza al superamento dei limiti fissati per l'emissione di biglietti, ma anche una sistematica sanatoria dal Parlamento.
In questo marasma finanziario la Banca Romana riuscì a barcamenarsi sino alla morte di Giuseppe Guerrini e, nella successiva Adunanza Generale degli azionisti, del 29 marzo 1881, venne nominato Governatore per il biennio 1881-1882 Bernardo Tanlongo, un avventuriero che godeva dell'appoggio di numerosi uomini politici, e che continuò a ricoprire la carica di Governatore fino all'adunanza del 19 dicembre 1892, dopo di che  venne riconfermato anche per il biennio 1893-1894.
Il nuovo Governatore accentrò su di sé ogni importante decisione gestionale, e iniziò a concedere favori ai molti postulanti e ai politici che bussavano alla sua porta.
Durante il suo governatorato, venne emesso il R. D. del 12 agosto del 1883, che prevedeva il superamento del precedente limite all'emissione di banconote, a patto che l'eccedenza fosse coperta da una uguale somma in moneta metallica.
Ben presto, anche questo aumento del circolante si rivelò insufficiente a sovvenzionare il vasto sistema di corruttela organizzato da Tanlongo, che pensò di essere diventato così potente da poter esercitare in proprio il diritto di signoraggio.
La trovata di emettere banconote in proprio, e la conseguente falsificazione dei bilanci, divenne la strada attraverso cui sopperire alla mancanza di liquidità che, come abbiamo già annotato, coinvolgeva in quel periodo gli istituti di credito che si erano avventurati in attività di rischio nell'ambito della speculazione finanziaria, borsistica e immobiliare.
Per emettere banconote in proprio, Tanlongo utilizzò lo stratagemma di far duplicare la prima emissione creata dalla Bradbury & Wilkinson, commissionandone una seconda a un'altra azienda inglese specializzata nella fabbricazione di cartevalori, la H.C. Sanders & Co. Questa seconda emissione venne effettuata con le lastre di stampa originali e la stessa carta, così da risultare identica alla precedente, di cui aveva anche gli stessi numeri di serie.
I biglietti di questa illegale e autonoma emissione, vennero resi spendibili apponendo  clandestinamente delle firme, eseguita da Tanlongo, con l'aiuto di suo figlio e del barone Lazzaroni, Capo Cassiere della Banca Romana.
La truffa fu scoperta nel corso di una serie di ispezioni ministeriali decise da Francesco Miceli, Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio, ma voluta in realtà da Francesco Crispi, Presidente del Consiglio in carica, per fare cosa gradita a Giovanni Nicotera, Ministro dell'Interno del precedente Governo Antonio Starabba Marchese di  Rudinì. Lo scopo era quello di colpire Girolamo Giusto, Direttore Generale del Banco di Napoli, che aveva la sfortuna di essere inviso al Nicotera. La stessa ispezione fu poi allargata agli altri cinque istituti di emissione, per darle una veste formale di piena legalità.
Nel 1889 ci fu una prima Ispezione Ministeriale nei sei Istituti di emissione, dalla quale emersero numerose irregolarità della Banca Romana, fra cui un eccesso di circolante di circa 25 milioni oltre a 9.050.000 lire di banconote abusive. Ma nonostante la chiara denuncia esposta nella relazione Alvisi-Biagini, che il Ministro Francesco Miceli presentò al Consiglio dei Ministri, grazie alla rete di protezione che lo scaltro Tanlongo era riuscito a tessere, la vicenda non venne denunciata, ne alla magistratura ne all'opinione pubblica.
Per garantirsi la copertura, Tanlongo continuò a dispensare denaro a piene mani a esponenti del mondo politico e a alti funzionari dello Stato, riuscendo persino a incrementare le potenzialità della Banca Romana che, nel 1892, ottenne l'autorizzazione a aprire due succursali, la prima il 1° febbraio a Milano, e una seconda il 1° maggio a Venezia, così che, al 10 gennaio del 1893 la Banca disponeva di ben 44 rappresentanze nelle varie province, ove veniva praticato il cambio delle banconote.
Nel 1893, dopo quattro anni di insabbiamento, a seguito della veemente denuncia pronunciata in Parlamento da deputato Napoleone Calajanni, che era venuto in possesso della relazione Alvisi-Biagini, il Consiglio dei Ministri del Governo Giolitti si vide costretto a discutere la questione e fu obbligato a dar corso a una seconda Ispezione Ministeriale, dalla quale emersero irregolarità, sia per il Banco di Napoli sia per la Banca Romana; in particolare, per quest'ultima venne accertata l'emissione abusiva di 41 milioni di lire oltre a un eccesso di circolazione per 64.543.230 lire.  
La pubblicazione dei risultati di questa seconda ispezione, causò lo scoppio di un enorme scandalo, che coinvolse giornalisti, deputati, ministri, e gli ultimi tre Presidenti del Consiglio: Francesco Crispi, Antonio Starabba e Giovanni Giolitti. Come se non bastasse, l'ombra del sospetto oscurò perfino l'immagine del Re.
All'epoca dello scandalo, molti giornalisti si sbizzarrirono nella descrizione della biografia di Tanlongo, facendo circolare molte differenti verità e leggende ma, in mezzo a tante storie, vi è un dato certo. Nato povero, si adoperò con ogni mezzo per diventare ricco. E ci riuscì.  
Il Corriere della Sera del 20 gennaio del 1893, che non era certamente un foglio estremista, così lo descrisse: "Ventinovenne, era evoluto da garzone a spia dei francesi nella Roma di Garibaldi. Non era affatto un venale, ma piuttosto aveva inteso che i sederi delle puttane che scrutava in gioventù pei cardinali, le lettere, le smorfie d' odio che carpiva in un viso erano la segreta materia del denaro. Dunque era leale ai gesuiti ma anche alle Logge, giacché le diversità di idee o di partito gli parevano del tutto insignificanti."
Seppure sintetica, questa descrizione ci mostra gli aspetti salienti di un avventuriero che aveva intuito come molti uomini di potere, in particolare i politici, fossero degli arrivisti quanto lui.
Al proposito, è curioso annotare come il nome BERNARDO TANLONGO fosse  stato anagrammato in GRAN LADRO BEN NOTO. Quando si dice, il destino nel nome.
Ma torniamo ora al giovane Tanlongo, per intuire quali strade abbia percorso per trasformarsi, da manutengolo ecclesiastico, a uomo d'affari, per passare poi a finanziere e, infine a governatore della Banca Romana.
Grazie alle frequentazioni con alti prelati, spregiudicati esponenti di famiglie patrizie e furbetti del quartierino, Bernardo Tanlongo aveva manovrato nella penombra degli imbrogli dell'edilizia romana, operando prima come prestanome per facoltosi che non volevano apparire, per passare poi, sempre più spesso, a esercitare in proprio la speculazione immobiliare.
Tanlongo non era però solo un abile finanziere, occorre anche riconoscergli una straordinaria capacità di intessere e gestire i rapporti umani, che gli consentì di costruire una rete di relazioni con il potentato capitolino, e soprattutto con gli esponenti del mondo politico.
Nel 1893, allo scoppiò dello scandalo, Tanlongo non si perse d'animo, era uscito indenne dalla prima indagine, che pure aveva accertato le irregolarità della Banca; inoltre, per i servigi che Bernardo aveva reso a Re Umberto (inviando a titolo di grazioso dono due pacchetti di azioni della Banca Tiberina alle sue due amanti, la duchessa Litta e la contessa di Santafiora) Giolitti aveva proposto la sua nomina a Senatore del Regno.
E aveva ragione a non perdersi d'animo, perché sapeva che Casa Savoia, così come molti alti funzionari, e soprattutto i politici di rilevo che avevano approfittato della sua prodigalità, non avrebbero permesso il corretto svolgimento di un procedimento penale che, assieme a lui, avrebbe portato alla condanna molte tra le personalità più eminenti della nazione.
Proprio quando sembrava che l'integerrimo Presidente del Consiglio Francesco Crispi fosse deciso a scoperchiare la pentola, il suo predecessore Giovanni Giolitti, che aveva sottratto alcuni documenti dell'inchiesta senatoriale, mise in atto una diabolica strategia riconsegnando quanto sottratto al Presidente della Camera ma, distrattamente, tra quei documenti finirono anche le lettere appassionate scritte dalla moglie del Presidente, Signora Lina Cispi, all'amante, (il maggiordomo di casa) che, dietro lauto compenso, le aveva consegnate a Giolitti.
Come prevedeva Tanlongo, dato che, direttamente o indirettamente, molte tra le personalità più eminenti del Regno erano coinvolte nell'affaire, la celebrazione del processo si rivelò una farsa, a dimostrazione che, quando il velo della politica copre gli avvenimenti, anche i più clamorosi, nulla di chiaro traspare da quel velo, e quello che la trasparenza lascia confusamente intravedere, è dissimile dal vero.
Il processo si concluse nel 1894. Nella sentenza i giudici scrissero che, a causa della sparizione di documenti necessari a provare la colpevolezza degli imputati, il procedimento penale era archiviato senza emettere alcuna condanna.
Vennero così assolti anche quegli imputati che, negli interrogatori della fase istruttoria, avevano confessato le proprie responsabilità in numerosi reati.
Prima della conclusione del processo, con legge del 10 agosto del 1893, la Banca Romana venne posta il liquidazione, e i suoi biglietti caddero in prescrizione il 31 gennaio 1898, prescrizione che in realta' venne anticipata al 1896.

Guido Grapanzano da: La Cartamoneta Italiana, Corpus Notarum Pecuniariarum Italiae, Volume II

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